Il nostro veliero aveva già fatto tappa nella martoriata terra di Palestina, più precisamente a Gaza. In quell’occasione veniva espresso un concetto preciso, lo squilibrio, o meglio gli squilibri. Il primo, talmente evidente da sembrare addirittura banale parlarne, era tra le forze in campo, l’esercito israeliano da un lato e la popolazione civile palestinese dall’altro. Poi vi era quello lampante fra la causa scatenante del conflitto, e la reazione da parte israeliana. Con una serie di effetti collaterali, quali le condizioni di vita (o di morte) cui sono stati condannati gli abitanti di Gaza. Ma vi sono altri squilibri che portano all’amara sconfitta di Gaza, che è una nostra sconfitta.

Gli squilibri sono troppi
Nel frattempo le condizioni dei palestinesi di Gaza sono notevolmente peggiorate. E se già prima era spaventoso cercare di immaginarle, ora lo sforzo è diventato proibitivo.
Una situazione post apocalittica l’ha definita l’ONU. In un periodo nel quale abbiamo visto l’inimmaginabile, come il presidente di una grande potenza indicare il futuro della Striscia alla stregua di una grande speculazione immobiliare, e quello dei suoi abitanti come un eterno destino da profughi, lontani dalla loro terra. Cinismo difficilmente accettabile.
Da un lato giorno dopo giorno l’esercito israeliano sta annientando il presente dei palestinesi, d’altro lato Trump aiuta in maniera significativa a cancellarne il futuro. Uno spettacolo rivoltante, cui in questi giorni si è aggiunto un nuovo capitolo, con la partecipazione della comunità internazionale. Non è una novità, purtroppo, ma semplicemente una nuova pagina di vergogna per la nostra società.
Mentre da più parti si è giustamente condannata la strage di Sumy perpetrata dall’esercito russo, non ha suscitato la stessa reazione, e la stessa condanna, l’ennesima strage e il bombardamento dell’ultimo ospedale ancora parzialmente agibile nella Striscia di Gaza.
Ma come è possibile? Perché si continua a condannare da una parte e a tacere (o meglio, parlare sottovoce) dall’altra? Cosa impedisce di prendere una decisione radicale nei confronti del governo Netanyahu, responsabile di un genocidio che continua imperterrito ogni giorno sotto i nostri occhi, il cui massimo responsabile, il premier israeliano, ha tuttora un mandato di arresto internazionale da parte del Tribunale penale internazionale?
Dall’inizio del conflitto sono stati trucidati 60mila civili, di cui 30mila bambini. Se ci si spinge ad elencare le figure professionali trucidate spesso a sangue freddo (medici, personale sanitario, operatori umanitari, giornalisti), la lista diventa insopportabile. Pochi hanno chiaramente condannato il comportamento disumano del governo israeliano. Chi tace, evidentemente acconsente.

La nostra sconfitta
In questo terribile squilibrio si cela gran parte della sconfitta dell’Occidente dal punto di vista dei diritti umani basilari, quali il diritto alla vita, il diritto alla libertà individuale, il diritto all’autodeterminazione, tutti concetti spaventosamente assenti quando si tratta del presente e del futuro della Palestina.
E fa male vedere che questo abominio viene perpetrato dai rappresentanti di uno Stato nato dai discendenti di coloro che hanno conosciuto tragicamente bene cosa voglia dire morire solo perché appartenenti ad un gruppo religioso. La Storia non insegna nulla. Ed anche gli americani hanno purtroppo nella loro affermazione, quasi come atto fondante, una dolorosa vicenda di genocidio, quello dei nativi d’America, i cosiddetti “indiani”.
Purtroppo ora è chiaro che non si tratta più solo di Netanyahu e di Trump, ma della maggior parte della comunità internazionale. Una decisione dettata dalla Realpolitik, in una guerra globale che sta diventando sempre più spietata ed egoista. I prepotenti vincono, i deboli scompaiono. Una logica che vale nella lotta fra Stati, ma anche giornalmente all’interno delle nostre società. Se dovesse veramente andare a finire così, assieme al popolo palestinese verrà annientata anche la nostra civiltà.


