2023-10-07-12-49-23-2529

Il destino della radiotv elvetica

Condividi

Domenica prossima, 8 marzo, gli svizzeri saranno chiamati alle urne per esprimere il proprio voto su quattro oggetti. Tra questi anche l’abbassamento del canone radiotelevisivo: dagli attuali 335 franchi a 200 franchi annuali. Una diminuzione che comporterebbe un numero importante di licenziamenti, nell’ordine di migliaia a livello nazionale, ed un inevitabile abbassamento quantitativo, se non anche qualitativo, dell’offerta di prodotti radiotv.

Abbasso il canone

Non è la prima volta che nella Confederazione si vota sui destini del servizio pubblico radiotelevisivo. Nel 2018, più esattamente il 4 marzo, il popolo elvetico aveva respinto un’iniziativa ben più radicale di quella in votazione quest’anno, vale a dire l’abolizione totale del canone. Se fosse passata, il servizio pubblico radiotelevisivo sarebbe stato definitivamente annullato. Il disegno degli iniziativisti, una volta ottenuta la cancellazione del canone, prevedeva infatti di mettere all’asta le concessioni radio e TV, spianando la strada agli investitori privati. Ma l’operazione non ebbe successo. L’iniziativa fu respinta dal 71,6% degli elettori e da tutti i Cantoni. Una proposta che, a detta degli stessi fautori, avrebbe avuto scarse possibilità di successo, ma che ingenerò un dibattito pubblico tale da mettere in dubbio la leadership della SSR nel panorama mediatico svizzero.

Sembrava uno scherzo

Girava una leggenda in quel periodo, secondo la quale l’idea di abolire il canone era nata in una bettola nel centro di Berna, dove una sera quattro amici, forse anche stimolati da un certo numero di birre di alto grado alcolico, avevano immaginato un modo per creare scompiglio nella monotona vita politica svizzera.
A livello internazionale l’attacco al servizio pubblico radiotv non è una novità da parte delle compagini politiche neoliberiste, impegnate a conquistare una fetta più ampia possibile del mercato dei massmedia. Una realtà che, sul fronte elvetico, riguarda soprattutto la Svizzera tedesca, maggioranza relativa della popolazione, dato che i numeri macroeconomici in una nazione di nove milioni di abitanti sono per forza di cose piuttosto bassi. Un paese piccolo, ma piuttosto complesso, la Svizzera, che conta quattro lingue nazionali, tutte con pari diritti di essere rappresentati pubblicamente. E in questo senso il caso della Svizzera italiana, formata dal Canton Ticino e dalla parte italofona del Canton Grigioni, è al contempo inspiegabile ed interessante.

Lo strano caso del Ticino

La Rsi è una delle tre unità aziendali che formano la SSR, ha sede a Comano, un comune vicino a Lugano, e impiega circa 1100 collaboratori. Se non il maggiore, sicuramente uno dei maggiori datori di lavoro cantonali. Secondo la chiave di riparto dei proventi del canone, alla RSI va il 22% della somma totale, nonostante la Svizzera italiana contribuisca solo per il 4% del totale. Una condizione di assoluto privilegio, che rischia in futuro di essere parzialmente ridimensionata. Eppure, nonostante questa invidiabile condizione, le maggiori critiche nei confronti della SSR, nello specifico contro la RSI, avvengono proprio in Ticino. I motivi di questa bizzarra situazione meriterebbero un post a sé stante, che non è escluso che potrebbe vedere la luce in futuro, sicuramente anche alla luce dei risultati della votazione. C’è da scommettere che il responso delle urne di domenica prossima nel Canton Ticino verranno osservate con molto interesse in tutta la Svizzera, e potrebbero essere parte integrante del futuro della RSI e del servizio pubblico radiotelevisivo elvetico.


Condividi

I commenti sono chiusi.