Da qualche tempo il Veliero di vetro traccia rotte incrociate e casuali attorno al fenomeno dell’Intelligenza Artificiale. Non solo quella linguistico generativa, alla chatGPT, per intenderci. L’AI abbraccia infatti un numero vastissimo di applicazioni, metterci mano è stimolante e frustrante al contempo. Per fortuna vi sono autori come Alessandro Aresu che indicano spunti di approfondimento molto interessanti, come quello di cui parleremo oggi: Intelligenza Artificiale e guerra.
Palmer Luckey e realtà virtuale
Aresu è un analista geopolitico che si è spesso occupato di intrecci tra tecnologia e politica per il dominio dei mercati mondiali. Quindi giocoforza della guerra tra Stati Uniti e Cina. La sua ultima fatica, opera che avevamo già segnalato, si è focalizzata sull’intelligenza artificiale. Dal ricco materiale setacciato, Aresu ci regala la biografia di Palmer Luckey, un giovane imprenditore la cui scalata al successo fa capire molto di ciò che sta succedendo sul fronte del rapporto tra politica, AI e guerra. Luckey, nato nel 1992, nei suoi primi anni di vita si diletta di videogiochi e di visori di realtà virtuale.
A diciannove anni realizza il prototipo del visore Rift, il primo della serie Oculus, attirando l’attenzione di un guru dell’industria videoludica, John Carmack, cofondatore di id Software, l’azienda che ha creato due miti dei videogames, Doom e Quake. Con Carmack come direttore delle tecnologie, e i fondi provenienti da blasonate aziende specializzate in venture capital, Oculus inizia a produrre i nuovi visori. Ma la produzione non viene effettuata negli USA, e questo è un aspetto fondamentale, come vedremo fra poco, bensì in Cina. Non solo per i minori costi, ma soprattutto per la superiore qualità manifatturiera cinese. L’operazione ha successo, e nel 2014 Oculus viene venduta a Facebook per più di 2 miliardi di dollari, a patto che Oculus rimanga un’entità indipendente all’interno di FB (come Instagram e Whatsapp, per intenderci).

Incidente di percorso
La carriera di Luckey viene bruscamente interrotta qualche anno dopo, in seguito alle polemiche mediatiche seguite ad una sua donazione politica ad un gruppo che denigra Hillary Clinton, che gli causano l’allontanamento da Facebook.
Dopo un periodo trascorso in Giappone, dove può dedicarsi ai videogames e ai manga, due delle sue passioni predilette, Luckey dà vita ad un suo nuovo progetto, che battezza Anduril (è la spada di Aragorn nel Signore degli Anelli di J.R.Tolkien), con l’obbiettivo di applicare alla difesa e alla sicurezza sistemi autonomi basati sull’ AI. Il progetto attira l’attenzione di Palantir, azienda co-fondata da Peter Thiel (imprenditore americano di origine tedesca, fondatore di PayPal, nel suo portfolio vi sono aziende quali SpaceX (fondato da Elon Musk), Airbnb e Spotify). E’ questa la chiave che permette a Luckey di far parte del gotha degli imprenditori digitali americani miliardari, da sempre politicamente vicini a Trump.
La mission di Palantir è di aiutare le imprese che vogliono modernizzare gli apparati militari americani, sostituendo tradizionali aziende quali Boeing e Lockheed Martin. E Anduril, l’impresa di Luckey, è parte integrante di questo progetto.

Intelligenza artificiale e guerra
Tra i suoi prodotti principali c’è un software che permette ai sistemi di sorveglianza di operare con maggiore autonomia e “consapevolezza”, grazie proprio all’AI. Anche nel drone Ghost, progettato per ricognizioni su campi di battaglia e attacchi mirati, impiegato anche in Ucraina, la tecnologia di Anduril dimostra di poter arrivare laddove i prodotti tradizionali si fermano. Così come il sistema Pulsar, che ha l’obiettivo di hackerare droni nemici ingannando i loro sistemi di navigazione per deviarli o disabilitarli. Lo scorso anno un altro velivolo, Fury, è stato selezionato dall’Aeronautica USA come drone principale per il programma di combattimenti collaborativi. Anduril è oggi valutata 14 miliardi di dollari.
Oltre a quello finanziario e tecnologico, c’è un altro importante aspetto da sottolineare nella visione di Luckey: la volontà di replicare la qualità manifatturiera cinese ma all’interno degli Stati Uniti, creando dei distretti produttivi di altissima qualità, affrancandosi così dal “nemico” nella produzione. Per una volta sembra che siano gli americani a fare i cinesi, copiando modelli sviluppati in Asia. Una visione condivisa anche dalla galassia Palantir.
C’è un’immagine nel testo di Aresu che fotografa con efficacia il rapporto tra politica, AI e guerra:
“La conseguenza (di tutti questi aspetti) è l’affermazione di un nuovo gruppo, sempre più consistente, di imprenditori, investitori e lobbisti, che nel nome di un nuovo patriottismo finanzia la politica statunitense e tesse relazioni con gli apparati di difesa e sicurezza, e si trova per discutere con la stressa passione dell’ultima versione di un videogioco come della debolezza statunitense nella capacità di costruzione navale rispetto a Pechino”.
Un’ultima notazione: al Veliero sfugge tuttora le cause dell’amore di questi gruppi, nella scelta dei nomi delle loro aziende, verso le opere di Tolkien. Affaire à suivre!


