Posto che la guerra è sempre ingiusta, ve ne sono alcune che colpiscono più di altre. Una fra queste, che non ha ancora trovato una soluzione, e continua a far soffrire migliaia di civili, ha suscitato profonde emozioni di sgomento e incredulità.
Lo squilibrio narrativo
Un grande squilibrio, una clamorosa sproporzione: sono le sensazioni avvertite nel corso del conflitto incendiatosi dal 7 ottobre 2023 in poi tra Israele e Hamas. Ad iniziare dalla narrazione stessa di ciò che è avvenuto. Con una versione, quella del governo israeliano, tesa a giustificare la scelta di una risposta decisamente sovradimensionata per le forze messe in campo e per la brutalità esercitata contro i palestinesi nella Striscia di Gaza. Questa narrazione, basata sul concetto del diritto ad assicurare la propria sicurezza costi quel che costi, è stata recepita per buona da larghi strati della stampa occidentale. Chi ha sollevato dubbi sulla bontà di questa interpretazione dei fatti è stato tacciato di imperdonabili simpatie per i terroristi di Hamas.
Lo squilibrio dei numeri
Qui in realtà non si tratta di decidere chi ha ragione e chi ha torto. L’orrore dell’attacco scagliato dai miliziani palestinesi il 7 ottobre contro civili israeliani inermi si contrappone all’orrore moltiplicato di quotidiani bombardamenti contro abitazioni, ospedali, campi di sfollati, condotti da un esercito appoggiato dalla maggior potenza militare al mondo, quella americana, fornitrice delle migliori armi sul mercato.
L’opinione pubblica mondiale si è così trovata ad assistere a quindici mesi di accanimento mortifero verso una striscia di terra lunga 41 chilometri, e larga fra i 6 e i 12 chilometri, abitata da poco più di 2 milioni di persone, una delle densità più alte al mondo, da anni sotto una sorta di embargo da parte di Israele, in uno stato di povertà cronica. Una prigione a cielo aperto, come molti l’hanno definita, presa a bersaglio di bombardamenti continui e impietosi che hanno causato decine di migliaia di vittime, molte delle quali donne e bambini.
Lo squilibrio militare
Anche le modalità dell’attacco sono particolarmente spaventose. Tra i primi obiettivi presi di mira ci sono state le infrastrutture primarie che permettevano di poter sopravvivere, quali quelle idriche. Fino all’ottobre del 2023 le fonti primarie di acqua potabile a Gaza erano i pozzi sotterranei e l’acqua acquistata da Mekorot, l’azienda idrica nazionale israeliana, che forniva circa 17 milioni di metri cubi all’anno. Dopo l’inizio della guerra, la fornitura di acqua da parte di Mekorot si è interrotta, e dei 319 pozzi di acqua freatica 203 sono stati distrutti nei primi mesi dei bombardamenti.
La distruzione ambientale
Contemporaneamente la distruzione ha colpito anche i campi coltivati ed il bestiame. Se alla disperata situazione idrica ed alimentare si aggiunge quella dello smaltimento dei rifiuti – ogni giorno la popolazione della Striscia genera circa 2mila tonnellate di rifiuti -, è facile immaginare quale situazione sanitaria si possa essere creata non solo nella Striscia, ma anche nelle zone limitrofe.
Senza citare la situazione ambientale. Ecocidio è la definizione di ciò che è successo a Gaza, in quanto distruzione massiva di habitat, inquinamento estremo, perdita significativa di biodiversità, danni ambientali che minacciano interi ecosistemi.
Lo scorso anno l’ong palestinese Al Mezan, osservatorio sui diritti umani basato nel campo profughi di Jabalia, nella Striscia di Gaza quindi, ha pubblicato un rapporto sui danni ambientali. Queste sono le osservazioni conclusive: “l’ecocidio e il genocidio sono profondamente interconnessi, in quanto la distruzione deliberata e sistematica dell’ambiente può servire come strumento per distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. Questa connessione evidenzia il grave impatto che il degrado ambientale può avere sulla vita umana.”

Il grande squilibrio lo si nota quindi anche nelle condizioni di vita economiche e ambientali. Oggi la Striscia di Gaza è in gran parte terra bruciata, e i danni si sono riversati anche nelle zone circostanti. Sotto le macerie dei palazzi vi sono ancora migliaia di cadaveri. A livello ambientale è difficile immaginare un futuro per Gaza e la sua popolazione anche nell’ipotesi, tutt’altro che certa, che il cessate il fuoco entrato in vigore domenica 19 gennaio, il giorno precedente l’insediamento del nuovo ex inquilino alla Casa Bianca, Donald J. Trump, possa reggere nel tempo. E’ lo stesso Trump a indicare la soluzione di una deportazione dei palestinesi a tempo indeterminato al di fuori dei confini israeliani.
L’impressione è che comunque la clamorosa sproporzione della gestione della questione palestinese, con la netta presa di posizione dell’occidente a favore delle scelte del governo israeliano, non sia passata inosservata al resto dell’opinione pubblica mondiale. L’Occidente, che in passato ha incarnato i valori di democrazia, libertà e giustizia, da qualche tempo sta perdendo sempre più credibilità a livello internazionale. Il mondo è ormai entrato in acque inesplorate.

Approfondimenti:
- Roberto Iannuzzi, Il 7 ottobre tra verità e propaganda, Fazi Editore, 2024


